L'arte del "Carretto Siciliano"
La storia del carretto è strettamente legata alla storia economica della Sicilia. Il mestiere del carrettiere aveva una sua valenza poiché era un importante tramite di informazioni fra un luogo ed un altro dell'Isola, e rappresentava un ceto sociale che aveva una posizione economica più favorevole rispetto ad altri lavori. Attorno al carretto gravava poi tutto un mondo di artigiani: u mastru ri carretta, u sculturi ri carretta, u pitturi, u firraru, u siddunaru, u ferrascecchi.
U mastru ri carretta era l'artefice principale del carretto, per la cui lavorazione venivano usati diversi tipi di legno: il noce per i "masciddara" ed i "mioli", parte dove entrava il fuso per tenere "i iammuzzi e la cubba", il frassino per i raggi delle ruote, il faggio per le aste ed i "tavulazzi", l'abete "ppò funnu ra cascia". Il lavoro di carradore veniva poi completato dall'intagliatore, che usando vari strumenti quali lo scalpello, il martello, la sgurbia, riusciva a creare delle vere e proprie sculture. Ma l'opera d'arte per antonomasia era la "chiave" che, situata in corrispondenza "ro purteddu" chiudeva il carretto dalla parte esterna. I soggetti erano per lo più tratti dalle gesta dei palladini, Orlando, Rinaldo, i Crociati, i Vespri siciliani; oppure motivi più semplici quali foglie, margherite, colombelle, sirenette, conchiglie, cavallucci marini ed altri ancora.
Ma il carretto siciliano deve la sua fama soprattutto a quella fantasmagoria di colori che lo rende unico al mondo. Ecco così entrare di prepotenza la figura del pittore che riprendeva e vivacizzava il lavoro dell'intagliatore. Anche in questo caso l'artista si ispirava alle leggende cavalleresche ed ai fatti storici, ma non disdegnava le opere liriche ed anche avvenimenti quotidiani che colpivano la sua fantasia. Era un lavoro molto apprezzato e piuttosto lungo; in media per "vestire" di colore un carretto occorrevano venti giorni lavorando da mattina a sera. All'artista, dotato di gusto ed estro, ma normalmente poco istruito, venivano poi perdonati gli inevitabili errori di ortografia e sintassi che scorrevano nelle scritte che accompagnavano le descrizioni dei vari pannelli.
Altro personaggio importante nella costruzione del carretto era "u firraru": infatti forniva tutta una serie di pezzi piccoli e grandi necessari per impostare l'ossatura del veicolo, ma il pezzo che richiedeva tutta la sua maestria era "a cascia ri fusu", una complicata costruzione in ferro battuto che univa l'asse delle ruote al fondo della cassa. Alla fine entrava in campo "u siddaru", cioè l'abile maestro che fabbricava gli "armiggi", ossia i finimenti, la bardatura ed i pennacchi. I proprietari dei carretti facevano a gara per addobbare più vistosamente possibile i propri mezzi. Ultimo anello di questa arcaica ma funzionale catena di montaggio era "u ferrascecchi": infatti il cavallo doveva essere ferrato almeno una volta al mese. La prima ferratura era la più delicata e pericolosa, poiché l'animale, infastidito dal rumore del ferro battuto scalciava e si innervosiva, e si correva così il rischio di azzopparlo.
Oggi questo mondo è scomparso e con esso è scomparsa quella creatività, quella fantasia e quella cultura, che forse inconsapevolmente, tutti questi artigiani ci hanno tramandato.
Puccio Mangano
Tratto da"Sicilia in festa - Tradizioni e folklore" - Edizioni Greco
Più informazione sul carretto su:www.carretto-siciliano.it |